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E se anteponessimo il “noi” all’ “io”?

“Chi sono io?”

Perché partire sempre da questa domanda e non da “Chi siamo noi?”, intendendo il “noi” come insieme di uomini e donne, come umanità generale?

Eppure, come scrive il filosofo Savater, “Nessuno diventa umano da solo”, constatazione breve ma intensa, esplicata dall’esempio di Todorov, secondo cui il motivo per cui un bambino cerca lo sguardo della madre non è la sola richiesta di soddisfacimento dei suoi bisogni primari, ma la conferma della sua esistenza.

Pertanto, si evince quanto il contatto con gli altri sia alla base del nostro stesso essere, oltre che della possibilità di creare legami affettivi e ricevere attenzioni e cure esterne.

La prevaricazione sul prossimo è tipico della natura, la competitività della società ne è un riflesso. Essere considerati superiori alla massa porta a spiccare, farsi conoscere e adorare. Ad oggi, questa adorazione è quanto di più gradito ci sia: le persone vogliono essere riconosciute e amate. Tra i due scopi, il primo è il più semplice ed immediato da conseguire: sappiamo tutti come creare un profilo virtuale per mostrare noi stessi direttamente al pubblico umano. Paradossalmente, in pochissimi arrivano realmente al secondo.

Continuando a guardare noi stessi, ci scordiamo di guardare gli altri. Accecati da questo narcisismo, abbiamo iniziato a perdere coscienza delle genuine relazioni e della vicinanza altrui.

A chi chiede: “Perché il volontariato? Perché togliere del tempo ai propri interessi per degli sconosciuti?” La risposta è questa: siamo occupati a salvaguardare l’umanità intera.


Redatto da Martina Procopio

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